Caro E.,
Se c’è una cosa che mi accompagna da anni nella mia vita, quella cosa sono le liste: liste per organizzare, per classificare, per riordinare, per pianificare. Liste di cose da fare, da comprare o da vedere. Questo testo che sto scrivendo ha una lista di argomenti che vorrei toccare e a suo volta fa parte della lista delle cose da scrivere all’interno della lista dei miei progetti personali.
Compreso vero?
Ogni tanto, quando ho bisogno di trovare un’idea o quando ho preparato la mia “Reading Challenge”, butto un’occhio a liste del tipo “I libri da leggere almeno una volta nella vita”, oppure i “Veri libri da leggere assolutamente” e così via. Non ti nego che un giorno vorrò scrivere anche io la lista dei miei libri preferiti, ma non è questo il punto.
In una di queste liste (tutte sufficientemente diverse ovviamente) era elencato, sotto la metà classifica, Mattatoio n.5 di Kurt Vonnegut: non so come e perché sia finito nella lista dei libri di quest’anno (non me lo ricordo) ma tant’è che è arrivato il suo turno: lo spirito dei libri agisce in modo misterioso.
Come descriverti la sensazione che mi ha provocato leggere queste pagine in questo momento della mia vita? Ci sono talmente tanti temi che si intrecciano con questo tempo, con il mio tempo e la mia storia che per metterli in ordine servirebbe proprio una bella lista (ogni volta che rileggo questa frase nella mia testa risuona una voce spiritosa e comica, come se fosse una battuta, ma non credo faccia molto ridere).
Probabilmente l’aspetto più impattante è rappresentato da quel “Così va la vita” che si ripete incessantemente per tutto il testo, specchio di un nichilismo e di una rassegnazione mitigate solo da quei viaggi nel tempo, da quel trasformare sé stesso in un altro sé del protagonista. Al di là dei collegamenti con il fatalismo di Taylor che ho trovato qua e là nella magica internet e al di là del contesto della storia quello che mi ha lasciato questo “motivo sottostante del racconto” è un retrogusto di libertà (guarda caso, ancora la libertà; lo spirito dei libri). In sei sillabe c’è l’abbandono della preoccupazione del futuro e l’irrilevanza del passato rispetto all’istante presente. L’irrilevanza sta nel fatto che a prescindere che il momento presente sia conseguenza di quello passato sono nella condizione di dover agire ora e sono in qualche modo chiamato a farlo, non posso non fare, non posso non essere nel momento presente: il presente esiste sempre. Allora, senza addentrarmi in ambiti che non conosco, quello che mi porto via da queste pagine è il ricordarmi di cercare di essere il più possibile presente, di agire in funzione di quello che sono e sento in questo momento e di accettare un po’ come va la vita.
Io non credo molto al fatalismo, non credo che il futuro non dipenda dal presente, ma credo che non si possa piegare l’effetto del presente alla nostra proiezione (possiamo indovinare, ma non possiamo predeterminare): a maggior ragione allora, E., cerca di essere il più possibile nel presente in quello che fai perché è la migliore opzione per il futuro. Questo vuol dire non programmare le tue azioni solo nella proiezione del futuro, ma agisci anche per trovare un senso a questo momento, per permetterti di consumare questo presente in modo che ti restituisca felicità, gioia o soddisfazione. Non ci si riesce (almeno io non ci riesco: ho bisogno di “buttare l’occhio” un po’ più in là per avere l’idea di un percorso) e forse è giusto anche non riuscirci e probabilmente dovremmo accettarlo perché è un modo in cui va la vita, pensaci su se ti va.
Nel racconto l’unica fuga dal presente attuale è quella di spostarsi in un altro presente e (ri)viverlo, ovvero renderlo attuale (è sempre tutto un presente questo libro): ho pensato molto a cosa volessero dire quei viaggi del tempo, o meglio a cosa volessero dirMI quei viaggi nel tempo. Lo dico al di là della narrativa, al di là della mancanza di struttura lineare del testo a favore di una sequenza di istanti di presente che si susseguono liberamente nella linearità temporale di me lettore. Le domande esplodono: la coscienza muta nel viaggio nel tempo? O si “resetta”? Sono consapevole che sto viaggiando nel tempo o mi sto solo sintonizzando con l’io di un altro istante? Alla fine, arriviamo a chiederci “che cosa sono io?” Quanti ne esistono? Forse ne esistono tanti ma se ne può percepire solo uno alla volta? Questo implica che la coscienza di essere è slegata dall’io fisico e si sposta nel tempo?
Tutte domande che non hanno risposta e non so nemmeno se hanno senso ma, chissà, forse c’è un io da qualche parte del tempo che sta studiando un po’ di pensiero filosofico e potrà aiutarmi.
C’è però una cosa, molto meno concettuale, che il susseguirsi di quegli eventi di presente nel racconto hanno suscitato: la molteplicità del protagonista e la sua contemporaneità in quella molteplicità e mi è sorto naturalmente un parallelismo con la scrittura.
Non è forse la scrittura un momento eterno di presente? Non è forse il congelamento o meglio, la cristallizzazione nell’ambra, di un io che può essere sempre rievocato nella lettura del testo stesso? La scrittura è nata nella pietra più di 5000 anni fa e ha mantenuto la sua essenza a prescindere dal medium che la conteneva. Forse è l’unica traccia che possiamo reputare eterna. E chi sono io quando leggo un testo di due secoli fa? Qual è il mio presente?
In un mondo in cui crediamo poco alla fantascienza possiamo forse credere al viaggio nel tempo nella e della scrittura che ci porta a presenti diversi, da cui scaturiranno azioni i cui effetti saranno potenzialmente lontanissimi dal presente del testo.
Mi resta il dubbio di che anno fosse mentre leggevo la storia bi Billy Pilgrim e in che anno ho scritto queste righe.
A presto, M.