Caro E.,
più di un mese fa (imperdonabile), in un post in cui ti parlavo di attesa ti ho lasciato lì la parola “multipotenziale”. Non è una parola per egocentrici che si credono di essere speciali ma è un nome coniato e portato alla ribalta da Emilie Wapnick per descrivere tutte quelle persone che non riescono ad identificarsi in una specializzazione, che non riescono a definire per se stesse un ruolo specifico, univoco e immutabile.
Non ti dico il sollievo quando ho scoperto di non essere l’unico, ma che in realtà esiste una comunità di persone che condividono questa condizione.
Per anni e anni mi sono limitato e castrato perché credevo fosse sbagliato avere un sacco di interessi, tutti insieme, e non essere in grado di scegliere. Ho sempre cercato di incastrarmi in ruoli preconfezionati dei quali finivo per rompere il pacco. Il risultato è stato che non sono né diventato uno specialista in qualcosa, né ho coltivato i miei vari interessi costruendomi un bagaglio di competenze e conoscenze.
Non è il massimo a poco più di trent’anni vedersi così.
L’esasperazione era tale che alla fine prima di conoscere il lavoro di Emilie avevo già accettato di rimettermi in gioco e di provare a dare seguito a quelle spinte interiori: questo testo è un esempio del risultato di quella spinta. Ma essere un principiante e sentirsi un principiante in quasi tutto a trent’anni, senza essersi allenati ad esserlo non è proprio una passeggiata. Accettare di essere quello che sta imparando, pubblicare risultati mediocri perché è l’ordine naturale del progresso non è una doccia tiepida e confortevole.
In questo mese ho approfittato per leggere il libro di Emilie dopo aver ascoltato il suo TED per capire un po’ meglio chi sono e rubare qualche spunto per “tenere duro” e perseverare in questa mia realtà che per quanto non abbia niente di più o di speciale rispetto a qualsiasi altra realtà è un po’ più difficile da fermare.
Per farti capire il contesto ti cito una frase al volo: “I multipotenziali tendono a faticare soprattutto in tre ambiti: lavoro, produttività, autostima.” (cfr. sindrome dell’impostore) Colpito e affondato.
Anyway…
La cosa più curiosa che ho scoperto è che esistono diversi tipi di multipotenziali e che una stessa persona può rientrare in una tipologia, può passare da una all’altra o può creare degli ibridi. Insomma non c’è una specializzazione neanche nelle categorie dei non specializzati. Amazing.
Perlomeno identificare la mia tipologia in questo momento è stato super facile: io risulto essere un einsteiniano. E no, non ha niente a che vedere con super intelligenza, genialità o superpoteri relativi nello spazio tempo.
Si tratta di una stereotipo o di una personas che segue un certo schema per soddisfare i bisogni di denaro, senso e varietà alla base di un multipotenziale (cazzo se è vero).
Ti riporto qui la definizione letterale così poi continuiamo da qui:
“Questo modello definisce un solo lavoro o attività a tempo pieno che basta a mantenerti, lasciandoti abbastanza tempo libero ed energie per dedicarti alle tue altre passioni.”
That’s me!
Faccio un lavoro che mi piace sufficientemente, da cui ricevo una retribuzione adeguata e che mi libera dall’ansia di dover ottenere risultati economici dall’esercito sterminato di altri interessi che albergano la mia libreria, il mio account di Spotify, il mio zaino, la mia watchlist e così andare. Senza quest’ansia mi posso permettere di andare ad un passo più consono al mio ritmo di vita. Wonderful!
Ho approfittato di questa lettura per riconsiderare tutti i temi che vorrei approfondire e ho fatto un lavoro di introspezione per cercare di comprender equali sono quelli su cui mi sento più motivato ad investire il mio tempo e le mie energie. Parto con il vantaggio di avere già definita la mia attività a tempo pieno e quindi tutta una serie di domande per il momento non ho dovuto farmele.

Mi sono divertito poi a cercare di immaginare la mia giornata perfetta, che nel mio caso è diventata la mia settimana perfetta (altrimenti sarebbe stato troppo irrealistico) insieme ai perché che sostengono tutto quello che sto facendo e che in qualche modo mi tengono motivato e perseverante:
- ritornare all'elemento naturale
- costruire il mio spazio per raccontare la mia verità
- risolvere problemi

E tu ora mi dirai: è quindi?
Quindi niente, ricordati di non dubitare di te, datti fiducia e credi in quella sensazione che hai dentro, in quell’istinto. Sarei potuto essere molto di più a quest’ora se non avessi creduto di dover essere altro. La tenacia di sostenere la propria posizione e il proprio sentire è un’arte sottile che richiede un movimento fluido tra la perseveranza e il pensiero critico in modo da essere sempre sinceri con se stessi e non cadere in un cono di ottusità e immobilismo che crea solo danni. Saper tenere di fronte a chi, anche in modo veemente la pensa diversamente da te (e ovviamente crede di avere un’assoluta ragione) e contemporaneamente osservare costantemente se quello che stiamo tenendo è veramente quello che vogliamo o se stiamo diventando come colui o colei che abbiamo di fronte pur di non cedere.
Leggere questo libro mi ha “semplicemente” fornito un sostegno in più, la consapevolezza che c’è anche dell’altro, che si può essere altro.
A presto, M.
P.S.
Il libro si intitola "Diventa chi sei".